Alex Bronstein
Speeches · Cagliari, Giardino dei Giusti · 27 gennaio 2026

La banalità del Bene

Intervento pronunciato al Giardino dei Giusti di Cagliari nel Giorno della Memoria, su invito dell’associazione Chenabura – Sardos pro Israele.
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Mi chiamo Alex Bronstein, ho 45 anni. Sono russo di nascita, israeliano di nazionalità e appartenenza, sardo d’adozione, e oggi passo la maggior parte del mio tempo a Vienna. Sono uno scienziato, un ingegnere, un imprenditore e un investitore tecnologico — e questo è forse il luogo meno ovvio in cui potessi ritrovarmi. Mi sto ancora chiedendo perché abbia accettato l’invito a parlare qui oggi.

Proverò a spiegarvi il perché.

Non riuscirei, nemmeno sforzandomi, a collegare ciò di cui mi occupo professionalmente al tema di oggi. Posso però offrirvi alcuni episodi personali e qualche riflessione. Ho vissuto in mondi diversi e continuo a vivere, in parte, in più di uno contemporaneamente. Se da questo sguardo un po’ obliquo nascerà qualcosa di utile, allora la mia presenza qui avrà avuto un senso.

Come dicevo, sono più abituato a parlare al pubblico di equazioni e non di emozioni, quindi perdonatemi se mi commuovo.

Sono nato in Russia, all’epoca dell’Unione Sovietica. La mia prima memoria “politica” risale alla scuola materna: avevo quattro o cinque anni e, durante il riposino pomeridiano, spesso fingevo di dormire. Un giorno sentii le maestre parlare tra loro. Una si lamentava di qualcosa — non ricordo cosa — e disse: “Solo da noi, nell’Unione Sovietica, succede così.” Poco prima, però, a noi bambini avevano detto l’esatto contrario: che solo da noi le cose funzionavano davvero bene. Fu una piccola illuminazione. Bastava la logica elementare di un bambino per capire che qualcosa non tornava. Da allora, per quanto mi ricordi, ho sempre trattato la realtà sovietica per ciò che era: una menzogna, e ho guardato lo Stato come un’entità ostile.

La mia infanzia sovietica, per il resto, fu serena: ne ho ricordi molto belli. Crebbi in una famiglia non credente e non ebbi alcuna consapevolezza di essere ebreo fino a forse otto o nove anni. Ricordo un episodio: il mio amico del cuore, arrabbiato perché non gli avevo dato un gioco, mi insultò con una parola russa — “жид”, “giudeo” — usata come sinonimo di “tirchio”. Probabilmente non ne conosceva nemmeno il significato. La ripetei a mia nonna e vidi il suo volto cambiare. Mi spiegò cosa volesse dire, e fu lì che capii di essere “diverso”. Ma, stranamente, non ne fui scosso o turbato. Non ho mai vissuto, da bambino, episodi di antisemitismo.

E quell’infanzia non fu neppure segnata dal tema della Shoah. Ricordo vagamente una fotografia sgranata, in un libro: sembrava un mucchio di corpi. Parlava di una “catastrofe” — così veniva spesso chiamato l’Olocausto in russo. Pensai, con l’ingenuità di un bambino, a un incidente aereo, e non ci pensai più.

Il mio primo vero incontro con la Shoah avvenne in Israele. Nel 1990 i miei genitori mi portarono lì: avevo dieci anni. A scuola l’argomento veniva affrontato in modo diretto, senza molti filtri. Nel Giorno della Memoria, alle elementari, arrivò a parlarci un’anziana signora: volto rugoso, occhi tristi, voce quasi priva di emozione. Raccontò di essere stata deportata, da ragazza ebrea polacca, mi pare a Majdanek. Strappata dal resto della famiglia che non rivide mai più — sicuramente erano stati tutti uccisi. Disse che in quel luogo capì presto una regola semplice e terribile: non riuscire a lavorare equivaleva a morire.

Un giorno cadde a terra mentre trascinava un carretto di pietre e non ebbe più la forza di rialzarsi. Un ufficiale tedesco si avvicinò con calma, le appoggiò la canna della pistola sulla fronte e le chiese in tedesco: “Vuoi morire?” In uno stato di disperazione in cui la morte sembra quasi un sollievo, rispose: “Sì.” E, per il suo enorme stupore, il tedesco non sparò. Le ordinò soltanto di rialzarsi e continuare a lavorare.

Quella signora sopravvisse alla guerra. Ma mi è rimasto particolarmente impresso un dettaglio: da allora, ogni notte, nei sogni, lei risponde di no — e il soldato preme il grilletto. Io penso spesso a quella donna: questo ricordo probabilmente mi inseguirà fino alla fine dei miei giorni. Da padre mi domando: è giusto raccontare storie così alle piccole persone che credono ancora in noi grandi? Eppure sono gli ultimi anni in cui possiamo ancora ascoltare una memoria diretta.

Quando non ci saranno più testimoni, cosa diventeranno questi ricordi? Ai nostri nipoti parleranno ancora al cuore, o saranno soltanto pagine secche e lontane come le guerre puniche? E soprattutto: sapremo davvero evitare di ripetere gli stessi errori una volta che la memoria diretta sarà svanita?

Nella mia famiglia della Shoah si parlò poco, spesso come se riguardasse “altri”. Solo molto tempo dopo mio nonno mi raccontò una storia. Ero già grande, me la ricordo bene. La raccontò come se fosse successa ieri. Quando i tedeschi invasero l’Unione Sovietica nel 1941, sua madre era in ginocchio davanti a suo padre — il nonno di mio nonno — supplicandolo di scappare subito. Vivevano tra Ucraina e Bielorussia. Lui era un uomo ostinato, e rispose: “Tedeschi? Sciocchezze. Me li ricordo bene: gente ordinata, istruita. Nel 1918 sono rimasti per un po’, hanno pagato tutto.” Povero vecchio, quanto si illudeva. Fu tra i primi a morire quando gli Einsatzkommandos li portarono nel bosco. Morì come aveva vissuto: a testa alta.

È un dettaglio che mio nonno ricordava con una specie di vergogna, o forse con ammirazione dolorosa: uno dei soldati aveva spinto — o forse picchiato — la moglie di quell’uomo. E questo, per lui, non poteva rimanere senza risposta. Neanche davanti a una mitragliatrice. Nemmeno di fronte all’imminente fine. E quindi reagì, si mise a difenderla. Un gesto minuscolo, umano, totalmente inutile. Eppure, in quel gesto c’era tutto: l’orgoglio, l’amore, l’impossibilità di accettare l’umiliazione come se fosse normale.

Prima, però, in qualche modo riuscì a far scappare di nascosto un ragazzino e gli disse: “Guarda bene. E poi racconta a chi sopravvive cosa è successo qui.” Quel ragazzo rimase vivo, nascosto per settimane nella foresta, e poi riemerse per raccontare.

Dopo la guerra molti si chiesero: che tipo di mostro deve essere una persona per compiere simili atrocità? Questa domanda tormentò anche un giovane psichiatra americano, Douglas Kelley, che a Norimberga ebbe l’incarico di valutare i principali gerarchi nazisti per stabilire se fossero mentalmente imputabili. Kelley sperava di trovare una “patologia” comune: un segno, un tratto, qualcosa che permettesse di riconoscere e magari anche prevenire.

Con sua sorpresa, non trovò anomalie decisive. Fece persino amicizia con Hermann Göring. E questa è forse una delle cose più inquietanti: coloro che orchestrarono atrocità indicibili non erano mostri. Erano persone normali. Persone per bene. Mi immagino che potessero essere padri affettuosi e mariti fedeli. Magari colti, istruiti — ascoltavano Wagner o Beethoven, leggevano Goethe e Heine. Annusavano le rose e davano semi agli scoiattoli con le mani nude. Mani magari macchiate di rosso. Ma non era sangue — soltanto succo di fragoline di bosco.

La banalità del male, come Hannah Arendt la chiamerà successivamente.

Quella constatazione forse contribuì a portare, in seguito, il dottor Kelley al suicidio. E mi accompagna da anni e mi riporta sempre alla stessa domanda: cosa farei io, messo in circostanze simili? Mi piace pensare che sarei diverso. Ma la risposta più onesta, probabilmente, è che farei ciò che farebbe la maggioranza delle persone: nulla. O comunque molto poco.

C’è un’immagine ricorrente nella memoria ebraica: un bambino che vede, per la prima volta, suo padre umiliato e picchiato per strada da un branco antisemita. Il padre che non reagisce. E i passanti che continuano a camminare, voltando lo sguardo, fingendo di non vedere. È un trauma collettivo, raccontato da molti. C’è un verso di Ḥayyim Naḥman Bialik che lo cristallizza con una precisione dolorosa:

הַשֶּׁמֶשׁ זָרְחָה, הַשִּׁטָּה פָּרְחָה וְהַשּׁוֹחֵט שָׁחַט

Il sole era alto, l’acacia era in fiore, e lo sgozzatore sgozzava.

Business as usual.

Io, da bambino, non vissi quell’umiliazione. Per fortuna ne fui risparmiato. Ma un mio “momento” l’ho avuto anch’io, da adulto, qui in Italia. Poco più di un anno fa sono venuto qui a Cagliari per tenere un corso all’università: metodi statistici avanzati per l’intelligenza artificiale. Al mio arrivo trovai un manifesto che invitava al boicottaggio del “professore sionista”, a “mobilitarsi contro il sionismo che serpeggia nelle nostre aule” e altre parole e toni che non avrebbero sfigurato in un numero di Der Stürmer del ’38. Il manifesto era accompagnato da una protesta organizzata per impedire che il corso si svolgesse. Addirittura la Digos mi dovette fare la scorta.

Non credo di avere la necessaria eloquenza per descrivere cosa si prova quando, per la tua identità e nazionalità, qualcuno decide di dirti: “non sei il benvenuto.” Ho sposato una donna sarda una mezza vita fa, legando il mio destino a questa terra. Vivo in Sardegna — anche se non a tempo pieno — da più anni di quanti ne abbiano vissuti molti dei miei contestatori. Parlo in italiano con i miei figli. Sono anche cittadino di questa Repubblica e questa è casa mia. Sono a casa mia. Eppure, in quel momento, ho sentito in modo quasi tangibile come una società può ridurre una persona a un’etichetta, e con quale rapidità inquietante la delegittimazione può diventare una lingua accettabile.

Mi colpì soprattutto il silenzio dell’Università: l’assenza di una parola chiara, semplice, una presa di posizione, a difesa di un principio. Non ho bisogno di essere difeso personalmente — me la cavo benissimo da solo — ma va tutelata l’idea stessa di università come luogo di confronto e libertà intellettuale. Mi pare che recentemente abbiamo completamente perso la cultura del dialogo e del dissenso politico civilizzato.

Un anno dopo, il senato accademico dello stesso ateneo approvò una mozione per interrompere collaborazioni con istituzioni israeliane e con singoli ricercatori israeliani, in risposta alle azioni del governo. Non entro nel merito politico. Ne ho tanto da dire ovviamente. Ma non oggi. Non qui. Dico solo questo: la scienza, nella sua essenza, trascende confini ideologici, religiosi e nazionali. È una delle imprese più universali che abbiamo. Mi reputo fortunato di farne parte, ne sono fiero perché secondo me dovrebbe fungere da esempio per tutta la società. Quando un’istituzione accademica adotta criteri di esclusione basati sull’appartenenza o sull’etichetta, compie un gesto anti-accademico. Oggi colpisce alcuni; domani può colpire chiunque. E soprattutto normalizza un metodo. Questa guerra, mi auguro, finirà. Ma l’onta di certi gesti resta ed è impossibile cancellarla.

Sono la persona probabilmente più lontana dalla politica che possiate immaginare. Però questo episodio mi fece capire con una chiarezza abbagliante che se non vogliamo ripetere gli errori dei nostri antenati, dobbiamo fare qualcosa di diverso da quello che fecero loro in circostanze simili.

È per questo che sono qui oggi. Perché sento che è mio dovere alzare la voce dove loro scelsero di fare un passo indietro. Perché non intendo tacere e sicuramente non mi faccio intimorire da qualche insulto di un gruppetto rumoroso.

Non perché mi consideri particolarmente coraggioso. Ma perché ho imparato che il silenzio — quello dei passanti che voltano lo sguardo — è uno degli ingranaggi più affidabili della storia. È proprio quella mancanza di azione che permette i più odiosi crimini contro l’umanità. E qui la nostra lingua ci tradisce e ci rivela: il verbo “assistere” in italiano può significare sia “stare a guardare” sia “prestare soccorso”. Tocca a noi la scelta. Quando assistiamo a un’ingiustizia facendo finta di nulla, non siamo soltanto decorazioni sulla scena: siamo, di fatto, attori. E quindi complici.

C’è un’altra cosa che fa parte di me, e riguarda Israele. Crescere in Israele è stato un punto di svolta nella mia vita. Sicuramente mi ha dato una marcia in più. Questo paese molti lo descrivono come un miracolo: un progetto improbabile del Novecento che, nonostante tutto, ha funzionato. A un prezzo immenso, che non va mai dimenticato. Ma quel prezzo, e la forza che ne è seguita, portano con sé una responsabilità ancora più grande.

Perché “never again” non è uno slogan da museo: è un principio vivo. E oggi vale anche per chi ha potere. Gli ebrei oggi hanno uno Stato, un esercito, capacità di difesa. Abbiamo un arsenale nucleare — almeno secondo quanto dicono gli altri. Non per fare un’altra Hiroshima, ma per non permettere che nessuno faccia mai più un nuovo Auschwitz. Tuttavia, tutto ciò che il nostro popolo ha subito non ci rende automaticamente immuni dal ripetere errori nei confronti degli altri. Non esistono anticorpi congeniti: dobbiamo volerli, costruirli, difenderli.

Sono israeliano e finora la storia ci ha purtroppo destinati a essere una nazione di guerrieri. Ho sempre pensato che nessun nemico sarebbe stato oltre le nostre capacità. Ma mi sgomenta il pensiero che il più grande nemico di Israele oggi sia Israele stesso: le sue crescenti divisioni interne e la sua preoccupante tentazione di erosione morale e di smarrimento della misura. Gli eventi recenti dimostrano che Israele saprà difendersi da chiunque. Però se vogliamo che i nostri figli crescano in quel paese, dobbiamo anche assicurarci che ciò che ne rimane alla fine sia ancora degno di essere difeso.

Vorrei raccontarvi, infine, un ultimo episodio della mia famiglia — legato non al nazismo, ma a un altro regime altrettanto mostruoso. Mia nonna paterna, nata nel 1933, fu una delle tante, innumerevoli vittime collaterali del terrore sovietico. Una notte agenti dell’NKVD bussarono alla porta, spararono al cane e portarono via sua madre. “Dieci anni senza diritto di corrispondenza”, diceva la formula. Era un eufemismo — una delle tante menzogne. Significava che era stata uccisa, in qualche seminterrato buio e anonimo.

La bambina di quattro anni fu adottata da una collega dei suoi genitori, una donna che sarebbe diventata la mia bisnonna Anna. Non riusciamo per fortuna neanche a immaginarlo, ma in quegli anni, adottare la figlia di due “nemici del popolo” era un atto di coraggio quasi inconcepibile. Noi scoprimmo che non era la nonna biologica solo dopo la sua morte, nell’87. Non lo sapeva nemmeno mio padre. Quel segreto era stato custodito per decenni, per paura e forse per pudore. Anche molto tempo dopo, mia nonna parlava poco del passato.

In quei tempi, il padre di mia nonna — un microbiologo — lavorava per contenere le epidemie. Vide come l’Armata Rossa “fermava” un contagio: accerchiava un villaggio, chiudeva tutti in casa e bruciava tutto. Era un testimone scomodo. Capì che prima o poi sarebbe arrivato anche per lui il bussare notturno. E si tolse la vita in modo da farlo sembrare un incidente, sperando di salvare la moglie e la figlia. Si somministrò spore di antrace con una determinazione fredda, da brivido. Ma non funzionò come avrebbe voluto. Di quelle vite mi restano solo due vecchie fotografie da passaporto.

Lo dico perché mi colpisce sempre quando qualcuno tratta quel mostruoso totalitarismo con leggerezza ideologica, concedendogli magari qualche indulgenza. Qua in Italia pecchiamo troppo spesso nel farlo. La sofferenza reale non si presta a simboli “simpatici”. E la memoria, se serve a qualcosa, serve anche a questo: a non piegare la realtà alle nostre bandiere, a non forzarla dentro quadri comodi.

E qui, se mi concedete un’ultima nota personale: io porto il cognome di un mio avo che si chiamava Lev Davidovič Bronstein — passato alla storia come Leon Trotsky. A volte mi sorprendo a desiderare di poterlo guardare negli occhi e chiedergli se anche lui credeva di essere “dalla parte giusta della storia” mentre architettava, insieme ai suoi complici, i meccanismi che avrebbero divorato decine di milioni di persone.

Ma non voglio concludere tornando sulla banalità del male. Ne è stato detto e scritto molto, e a volte fa perdere speranza. Ho sempre creduto che le ombre servano a ricordarci che esiste anche la luce. Preferisco dunque concludere parlando della banalità del bene. E non c’è posto migliore di questo: il Giardino dei Giusti. Gli alberi qui portano nomi di persone ordinarie come me o come voi: non eroi professionisti, neppure santi. Persone che, in circostanze disumane, però, scelsero di restare umane. Un po’ come bisnonna Anna.

Io l’ho conosciuta quando era già perduta nella demenza. Fui con lei ingiustamente crudele, come possono esserlo i bambini. Oggi però provo soltanto ammirazione per quella donna. Ho una sua fotografia che mi è particolarmente cara: è in piedi dietro un suo microscopio, camice bianco, lo sguardo fermo. Uno sguardo che, mi immagino, racchiude la stessa determinazione, la stessa volontà che ebbe quando decise di salvare una bambina orfana. Non so se sapete, ma in russo — e anche in ucraino — la parola воля, che indica “volontà”, significa anche “libertà”. Mi sembra un simbolo perfetto per concludere.

Grazie per la vostra attenzione.